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Tradizione

 

Lettera dell'arciprete alla comunità (quaresima 2011)

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Carissimi fratello e sorella,

preparandoci alla grande celebrazione della Pasqua del Signore, desidero condividere con voi, alla luce delle indicazioni diocesane e di quanto viviamo nel nostro contesto locale, una riflessione sul senso del cammino della nostra fede. Anche se le sollecitazioni contenute in questa lettera potranno sembrarvi lunghe, vi prego di giungere fino in fondo.lettera alla comunità della chiesa madre di partanna (tp) pasqua 2011

Sentiamo tutti forte l’esigenza di dare un nuovo profilo alle nostre comunità ecclesiali, avvertendo in modo sempre più impellente l’urgenza di essere pronti a offrire risposte adeguate alle domande nuove che l’uomo nostro fratello si pone e ci pone come Chiesa.
Così il nostro vescovo Domenico nella presentazione al Piano Pastorale Diocesano 2010-2011, Il volto della speranza, (=Ppd), che ha consegnato alla nostra Chiesa particolare e perciò anche a noi.

Poi continua: In un contesto che mostra segni sempre più marcati di impoverimento umano e spirituale, il Vangelo appare ancora come un riferimento di valore, anche per i non credenti e per coloro che dicono di non credere. Nello stesso tempo, si avverte l’aspettativa di quanti ci interpellano come fedeli cristiani e attendono una risposta ma, soprattutto, una testimonianza di vita vissuta che apra (o riapra) loro gli orizzonti della speranza. Tante volte, però, di fronte a questi appelli rimaniamo impacciati perché incapaci di arrivare all’essenza dei problemi e di parlare al cuore dei nostri contemporanei.

Queste parole del Vescovo costituiscono un forte richiamo per il cammino della nostra comunità parrocchiale, situata nel contesto ecclesiale e sociale partannese, e ci stimolano ad una continua rilettura e ad una nuova riflessione. Ci lasciamo perciò interrogare da quanto ci viene detto:

- Quale volto nuovo desideriamo per la nostra comunità ecclesiale?
- Siamo pronti a offrire risposte adeguate alle domande antiche e nuove che l’uomo, nostro fratello, si pone e ci pone come Chiesa?
- Il Vangelo costituisce ancora per noi un riferimento di valore?
- Ci sentiamo interpellati come fedeli cristiani con la testimonianza di una vita vissuta ad essere segno di speranza per i non credenti e per coloro che dicono di non credere?
- Perché non riusciamo a cogliere l’essenza dei problemi e a parlare al cuore degli uomini del nostro tempo?

Certamente queste domande possono avere risposte molteplici e diversificate, sul piano personale, associativo, comunitario; ma in ogni caso esigono da noi lo sforzo e il coraggio per metterci in discussione, lasciarci interpellare, cercare singolarmente e comunitariamente in quale modo essere, oggi, fedeli a Dio che ci ha fatto dono della sua vita divina in Cristo, fedeli all'uomo del nostro tempo, credente e non, che incontriamo quotidianamente, fedeli a noi stessi che desideriamo vivere in maniera sempre nuova la freschezza di una risposta.

Viviamo in un contesto sociale dove - accanto, ad esempio, al perpetuarsi di forme devozionali, alla richiesta delle esequie e dei sacramenti del battesimo, cresima, comunione, matrimonio da parte di persone che forse in parte hanno smarrito il cammino della fede cristiana e il suo senso ecclesiale - emergono nuove sensibilità e nuove istanze di maturazione della fede cristiana, attraverso il desiderio di una conoscenza più approfondita della Parola di Dio, di una riscoperta dell'appartenenza alla comunità parrocchiale, di un nuovo impegno che vuole coniugare l'esperienza della fede e la vita nel territorio.

Siamo tutti coscienti che, di fronte alla progressiva disaffezione dall'esperienza della fede e della vita ecclesiale e sacramentale e per rispondere alle nuove attese, dobbiamo ripensare i nostri cammini, le nostre scelte, la nostra prassi sacramentale, ritornando a ripresentare con coraggio e con gioia quanto la Chiesa ci ha consegnato: la Parola del Vangelo annunciata e sempre spiegata, la fede trasmessa e continuamente reinterpretata, la carità come forma necessaria di testimonianza per dire l'identità del cristiano e quella della comunità ecclesiale.

I piani pastorali diocesani annuali sul tema della celebrazione eucaristica che hanno scandito il sessennio appena passato – accoglienza, ascolto, riconciliazione, offerta e condivisione, memoria e dono, comunicazione e missione – hanno certamente costituito anche per la nostra comunità parrocchiale un'occasione di crescita nella fede, nella comunione e nella testimonianza a partire dell'evento centrale che segna la vita della Chiesa, ossia la celebrazione del mistero pasquale di Cristo morto e risorto.

Ma forse non tutti hanno saputo di essi e su di essi. Forse potevamo fare di più. Forse avremmo dovuto sentirci più interpellati e stimolati, a differenza di quanto non sia avvenuto. Guardando indietro e osservando i cammini non percorsi ci rendiamo conto e ci sentiamo responsabili di quanto ancora possiamo e dobbiamo vivere. Non possiamo però scoraggiarci. La speranza infatti, che ci viene dalla certezza della continua chiamata del Signore, ci sostiene e ci accompagna.

Siamo perciò invitati a metterci in ascolto di Gesù Cristo, Parola di Dio incarnata, per diventare suoi discepoli, per vivere nella comunione ecclesiale e testimoniare al mondo la luce della Verità. Siamo ancora chiamati a verificare se la nostra fede è modellata sulla Parola di Dio ascoltata, meditata e custodita nel cuore, o se si forma ancora su tradizioni umane, sul sentito dire e sulla genericità dell’informazione religiosa (cfr Ppd, p. 53).

Siamo sollecitati, come battezzati, a maturare nella consapevolezza che tutti siamo il popolo sacerdotale che, nell’azione liturgica, è tutto offerente; il popolo consacrato a Dio che, nella santità divina, vive il quotidiano; il popolo che è chiamato ad essere nella stessa comunione, operata dello Spirito, che il Signore Gesù Cristo offre al Padre; il popolo che, perciò, si sforza di mettere in comunicazione, con la grazia che ci viene donata dall’Eucaristia, la celebrazione e la vita (cfr Ppd, p. 55).

Come Cristo ha offerto poi la sua vita al Padre per noi, così anche noi dobbiamo offrire la nostra vita insieme alla sua per diventare un sacrificio gradito a Dio, facendoci come lui pane spezzato e vino versato per amore dei fratelli. Dobbiamo perciò rivedere quali atteggiamenti e azioni di offerta e disponibilità gratuita sono maturati nella vita personale e nella comunità (cfr Ppd, p. 54). Qui ci si affaccia alla realtà della Caritas, prima parrocchiale ed ora cittadina, che costituisce il motore della solidarietà libera e gioiosa di tutta la comunità.

La Caritas cittadina, espressione delle tre comunità parrocchiali presenti nel territorio, ci richiama infatti la grande responsabilità che abbiamo riguardo alla testimonianza da rendere, come dicevo in occasione della inaugurazione della nuova sede, quando siamo chiamati ad esprimere nella vita la fede che professiamo: non si può dare ai fratelli che sono in necessità lo scarto della nostra vita o delle nostre cose: dobbiamo offrire il meglio di noi, a cominciare dal nostro spirito, dalla nostra interiorità, dalle nostre intelligenze, dalle nostre energie, dal nostro tempo, dalle nostre possibilità. Solo così saremo volto di nuova umanità, di nuove relazioni, di nuovi e autentici incontri.

Siamo chiamati a operare nel territorio in cui viviamo da cristiani, ossia da uomini e donne del Risorto, per ridare un volto alla speranza o, come ci richiama il Piano Pastorale, dare alla speranza i volti delle persone, e così riportare le attese degli uomini a contatto con l'origine stessa della vita e della giustizia, dell'amore e della pace (cfr p. 38).

Siamo invitati a ripensare la verità o la falsità delle relazioni interpersonali all’interno della famiglia, della comunità parrocchiale, delle comunità di riferimento, ossia ambienti di lavoro, scuola, tempo libero, prestando attenzione agli atteggiamenti che solitamente assumiamo nei confronti di coloro che non fanno parte del nostro gruppo di appartenenza e che, di volta in volta, possono esprimere accoglienza, dialogo, solidarietà, diffidenza, ostilità, sospetto, rifiuto, indifferenza. Ripensare ancora alla facilità con la quale le coppie si costruiscono e si sfaldano (cfr Ppd, p. 38).

Siamo invitati poi a indagare quali sono i nostri atteggiamenti nei confronti del lavoro in genere e del proprio lavoro in particolare, a chiederci come concepiamo e valutiamo il giorno di festa, inteso in senso cristiano, come viviamo il giorno del Signore, se lo è effettivamente e quali risvolti esso ha nella vita personale e comunitaria (cfr Ppd, p. 39).

Siamo sollecitati a promuovere e facilitare rapporti sereni e costruttivi fra le persone, prendendo in considerazione tutto ciò che può disturbare le relazioni, a guardare alle nostre fragilità e non soltanto a quelle altrui tutte le volte che siamo costretti a metterci di fronte all’altro per dirgli tutta la verità che conosciamo di lui, o comunque una verità che può disturbarlo o ferirlo, sempre nel rispetto della verità e sotto la luce della carità ( Ppd, p. 39).

Partendo dai numerosi condizionamenti determinati dalle tradizioni e dalle consuetudini - leggiamo ancora nel Piano Pastorale diocesano - siamo invitati ad una riflessione critica su di essi per accertarne il fondamento, la validità, la consistenza, l’attualità; può accadere, infatti, che a forza di dire “si è sempre fatto così” si mantengano usi non più rispondenti alle esigenze delle persone e del tempo”. E' necessario allora ristabilire “il giusto rapporto tra la Tradizione, con fondamento teologico ed ecclesiale, e le tradizioni, nate da esigenze contingenti. Peraltro, un simile approfondimento risulta utile per superare dipendenze nei confronti delle tradizioni e suscitare, al contrario, una posizione di libertà nei loro confronti (Ppd, p. 40).

Infine siamo spronati a ripensare la fede e l'impegno sociale, dal momento che ciò costituisce un’espressione alta nella responsabilità condivisa per il bene comune che si traduce in impegno di partecipazione per tutti. L'impegno per la vita politica vero atto d’amore al bene comune ci richiama che i cattolici non possono affatto abdicare alla vita politica. Come cristiani dobbiamo
coinvolgere persone e istituzioni nelle nostre esperienze di servizio, di promozione umana, di solidarietà, ma anche dobbiamo partecipare alla vita sociale e collaborare con le istituzioni, consapevoli che dobbiamo essere capaci di comunicare il messaggio evangelico, un messaggio forte e controcorrente, probabilmente non bene accetto a tanti, e dare un giudizio libero e critico su quanto avviene e su quanto viene detto (Ppd, p. 41).

Desidero in ultimo condividere le ragioni su quanto, il 10 febbraio u. s., ho comunicato al Consiglio Pastorale Parrocchiale, ossia la scelta che da quest'anno, durante la celebrazione della Veglia Pasquale nella Notte Santa, non avrà luogo la “caduta di lu tiluni”.

Sono certo che comprendiate bene che questa scelta non può scaturire da “capricci”, da “decisioni arbitrarie” o dalla volontà di eliminare delle “tradizioni”, come alcuni hanno detto. Se queste fossero le motivazioni saremmo veramente nella stoltezza e nel ridicolo e renderemmo vano lo sforzo del cammino che tutti quanti, singolarmente e insieme, facciamo per essere fedeli a quanto il Signore Gesù ci ha consegnato e che la Chiesa ha custodito e trasmesso fino ad oggi.

Noi possiamo, oggi, vivere la nostra fede perché la Chiesa fin dalle origini si è sempre autocompresa a partire dal mistero pasquale di Cristo morto e risorto, professato nella fede, celebrato nella liturgia, annunciato con la Parola del Vangelo, testimoniato nella carità.

Questo noi crediamo ogni volta che annunziamo, proclamiamo e celebriamo i Misteri del Signore, ossia i suoi Sacramenti, la sua Parola, il suo Amore per noi. Questo viviamo nella Eucarestia festiva e feriale. Questo la Chiesa ci fa rivivere in maniera solenne durante la Veglia Pasquale nella notte Santa.

E proprio per essere fedele al suo Signore, la Chiesa ha sempre cercato di esprimere, attraverso simboli particolari, il contenuto centrale della sua fede, assumendo, lungo i secoli, la storia e la vita degli uomini e operando delle riforme che meglio rispondessero alla comprensione del Mistero celebrato.

La Riforma liturgica del Concilio Vaticano II, in tal senso, ha costituito e costituisce per noi il punto fermo per rileggere e ricomprendere il senso della nostra vita di cristiani che oggi pregano, lodano, ascoltano, amano, testimoniano la grazia e la salvezza di Dio in Cristo Gesù.

Il Concilio stesso, fedele a quanto ricevuto dalla Tradizione vivente della Chiesa, ha infatti ripresentato, nella Costituzione Sacrosanctum Concilium del 1963, in cosa consista la natura e l'importanza della sacra liturgia nella vita della Chiesa e ne ha indicato i principi e le norme che la regolano.

In documenti successivi ha spiegato ulteriormente il senso della riforma ed ha voluto, tenuto conto dell’esperienza acquisita, richiamare alla mente alcuni punti dottrinali e pastorali e anche diverse norme stabilite circa la Settimana Santa (così la Congregazione per il Culto Divino, Paschalis sollemnitatis, 16-01-1988), e perciò, anche per noi, come comprendere e celebrare la Veglia Pasquale nella Notte Santa, con le sue azioni simboliche e gesti, che devono essere compiuti con una tale ampiezza e nobiltà che i fedeli possano veramente apprenderne il significato.

Tale documento, quando viene presentata La struttura della Veglia pasquale e l'importanza dei suoi elementi e delle sue parti, al n. 81 così si esprime: La Veglia si svolge in questo modo: dopo il “lucernario” e il “preconio” pasquale (prima parte della Veglia), la santa Chiesa medita “le meraviglie” che il Signore ha compiuto per il suo popolo fin dall’inizio (seconda parte o liturgia della Parola), fino al momento in cui, con i suoi membri rigenerati nel Battesimo (terza parte), viene invitata alla mensa, che il Signore ha preparato al suo popolo, memoriale della sua morte e Risurrezione, in attesa della sua venuta (parte quarta). Questa struttura dei riti non può da nessuno essere cambiata arbitrariamente.

Il telo pertanto, che era in vigore prima della Riforma conciliare e che bene esprimeva, allora, quanto avveniva nella Pasqua di risurrezione, che aveva luogo a mezzogiorno del sabato santo, ha smesso di avere un suo significato e ha lasciato il posto nella Veglia al nuovo fuoco, la cui fiamma deve essere tale da dissipare veramente le tenebre e illuminare la notte e al simbolo del cero pasquale, acceso e portato processionalmente, per poter rievocare che Cristo è la luce del mondo, e come i figli di Israele erano guidati di notte dalla colonna di fuoco, così i cristiani a loro volta seguono il Cristo che risorge.

La Riforma liturgica perciò non prevede più il telo, dal momento che non è più previsto un segno che debba prima nascondere per poi svelare, perchè è il Cristo risorto la luce che squarcia le tenebre; è Lui luce al nostro cammino; è Lui motivo della gioia e della esultanza della Chiesa che partecipa della stessa vita del Risorto; è Lui la speranza che sostiene la nostra vita; è in Lui e da Lui che possiamo essere il volto della speranza per i fratelli, dal momento che la sua grazia lavora invisibilmente nel cuore di ogni uomo di buona volontà.

Accostiamoci allora alla celebrazione della Pasqua di risurrezione facendo tesoro di quanto la Chiesa ci dona di comprendere e, nel tempo quaresimale, prepariamoci ad essa con le opere di misericordia e di amore che mostrano il nostro vivere nella luce del Risorto.

Santa Pasqua 2011 !!!

Don Giuseppe Biondo


 

 

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